Da tempi antichi gli incastri venivano impiegati saggiamente per unire il legno.

























Tali alberi, una volta abbattuti, non vengono trattati con sostanze chimiche, ma piuttosto lucidati attraverso l’impiego di una semplice foglia, sufficientemente ruvida da agire come un’alternativa naturale alla carta vetrata. Il colore che risulta da tale pratica è un marrone scuro dalla grana intensa, così esteticamente appagante che il falegname, idealmente, dovrebbe preservarne la continuità anche tra i pannelli perpendicolari di un singolo pezzo di mobilia. Un altro legno particolarmente amato è quello di Paulownia, a tal punto che esiste un’usanza, particolarmente diffusa nel nord del paese, secondo cui alla nascita di una bambina si dovrebbe piantare una di queste piante, affinché un giorno se ne possa trarre il mobile per la sua dote nuziale.
Le realizzazioni di questa tipologia vengono spesso tramandate da una generazione all’altra e anche una volta usurate quasi del tutto, non vengono gettate via. La tecnica di montaggio ad incastro infatti, a differenza dell’impiego dei chiodi, salvaguarda l’integrità del materiale e ne permette il reimpiego, previo restauro, all’interno di una versione rinnovata dello stesso pezzo. Non si tratta di altro che dell’applicazione, in scala ridotta, dello stesso principio d’impermanenza rinnovabile del grande santuario di Ise: nulla è eterno nello Shinto, ma tutto si rinnova, per un ciclo di rinascite non dissimile da quello del Buddhismo Mahayana.